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Rosanna S. a Maria Corbi, giornalista del quotidiano La Stampa
7 maggio 2017
Buongiorno Maria,
e scrivo di getto dopo aver ascoltato un noto giornalista «democratico» sfottere la signora Macron in televisione: «C’è speranza per tutte», ha commentato...

Rosanna S. a Maria Corbi, giornalista del quotidiano La Stampa

7 maggio 2017

Buongiorno Maria,
e scrivo di getto dopo aver ascoltato un noto giornalista «democratico» sfottere la signora Macron in televisione: «C’è speranza per tutte», ha commentato con leggerezza. Mi sembra che non ci siano molti commenti da fare su tanto maschilismo e così poca apertura di vedute, ma vorrei dire al signore e ai tanti che come lui la pensano così, che i Macron sono una coppia normale e che la loro «diversità» non sta nella differenza di età, ma nella complicità. Solo chi non ha sensibilità quando li guarda vede le differenti date di nascita, gli altri vedono un amore e due persone che si sostengono e si completano, Una bella coppia. Come lo siamo io e mio marito. Lo ho sposato che avevo 43 anni, lui solo 21 e non abbiamo mai pensato all’età che ci divideva ma solo alla passione, all’amore, alle affinità che ci univano. E che ci uniscono ancora oggi che sono passati quindici anni e che abbiamo due figli preadolescenti. Non so se mi abbia mai tradito, come credo non lo sappiano tante donne che sono considerate «normali» perché più piccole del loro compagno. Mi lascerà quando le rughe saranno troppe? Non lo so e non lo sanno neanche le donne che hanno sposato un coetaneo o un uomo più grande? La vita e l’amore non sono numeri, ma anima, cuore, testa. E io amo mio marito così, non attraverso la data di nascita. Se mi lascerà andrà bene lo stesso, ho vissuto, e ancora sto vivendo, anni meravigliosi accanto al mio grande amore. E mi considero fortunata. E sai qual è la notizia? Che anche lui si considera fortunato.
Cordiali saluti con l’augurio a tutti i «benpensanti» di trovare l’amore.  

Rosanna

La giornalista Maria Corbi ha ricevuto questa bella lettera di una lettrice che commenta, con la sua testimonianza personale, l'affermazione Corrado Augias, ospite ad Otto e mezzo su La7, su Brigitte Trogneux, la 64enne moglie del politico francese e candidato all’Eliseo Emmanuel Macron. Invitato ad esprimersi sulla sua figura e sulla differenza d’età con il coniuge 39enne, Augias ha parlato di “strana relazione amorosa“. Poi, con un sorrisetto astuto, ha pronunciato la frase che ha scatenato qualche imbarazzo.

“Quello che io so è che questa strana relazione amorosa, pare molto intensa, sincera e lunga, ha garantito a Macron l’appoggio di molte donne francesi. Lui è amato anche per questo. Si potrebbe dire: ‘c’è speranza per tutte’, volgarizzo un po’“.

La grossolana ironia del giornalista, però, è andata oltre alle semplici sottolineature sulla differenza d’età. E il sociologo Marc Lazar, che lo ascoltava in collegamento, ha manifestato il proprio disappunto.

Anton Pavlovič Čechov a Dmitrij Vasil'evič Grigorovič
Pietroburgo, 1885
La vostra lettera, mio buono e amatissimo nunzio di gioia, mi ha colpito come il fulmine. Ne ho quasi pianto […] Nei cinque anni che ho trascorso vagabondando da un giornale...

Anton Pavlovič Čechov a Dmitrij Vasil'evič Grigorovič

Pietroburgo, 1885

La vostra lettera, mio buono e amatissimo nunzio di gioia, mi ha colpito come il fulmine. Ne ho quasi pianto […] Nei cinque anni che ho trascorso vagabondando da un giornale all'altro sono stato contagiato dai giudizi sull'inconsistenza dei miei scritti e mi sono abituato a considerare il mio lavoro con disdegno […] Questo è un primo motivo. Un secondo è che sono medico, immerso quasi completamente nella medicina. Non rammento un solo racconto su cui abbia lavorato più di un giorno […]. Ho bruscamente sentito l'assoluta necessità di uscire dal solco nel quale mi sono impantanato. […] Ho soltanto ventisei anni. Forse riuscirò a concludere qualcosa di buono, anche se il tempo corre veloce. […]

Oggi pubblichiamo la risposta che il celebre autore russo diede al suo mecenate, Dmitrij Vasil'evič Grigorovič

Dmitrij Grigorovič ad Anton Pavlovič Čechov
S.l., 1885
[…] Avete un talento vero, un vero talento che vi pone molto al di sopra degli scrittori della vostra generazione […] se parlo del vostro talento, lo faccio per convinzione personale. Ho più di...

Dmitrij Grigorovič ad Anton Pavlovič Čechov

S.l., 1885

[…] Avete un talento vero, un vero talento che vi pone molto al di sopra degli scrittori della vostra generazione […] se parlo del vostro talento, lo faccio per convinzione personale. Ho più di sessantacinque anni, ma continuo a provare un tale amore per la letteratura e ne sorveglio i progressi con tale ardore, mi rallegro talmente se scopro qualcosa di nuovo e di ispirato che, come vedete, non posso trattenermi e vi tendo entrambe le mani.
[…] Smettete di scrivere troppo in fretta. Non conosco la vostra situazione economica. Se non fosse buona, meglio sarebbe per voi patire la fame, come avvenne a suo tempo nel nostro caso, e tenere in serbo le impressioni per un lavoro maturo, compiuto […] Un'unica opera scritta in tali condizioni avrà un valore mille volte superiore a un centinaio di novelle, anche buone, sparpagliate su diversi giornali.[…]

Il 10 dicembre 1885 Čechov fu invitato da Lejkin a Pietroburgo, la capitale politica e culturale della Russia; fu ricevuto con gli onori che si riservano agli scrittori di grido e fu presentato ad Aleksej Suvorin, che gli chiese di collaborare al suo giornale: il Novoe Vremja.

Per un giornalista sarebbe stata già una consacrazione collaborare al miglior giornale di tutta la Russia, ma la consacrazione letteraria, per quanto non pubblica, gli venne da questa lettera, della quale pubblichiamo alcuni stralci, inviatagli qualche mese dopo dal grande Dmitrij Grigorovič, scrittore ma soprattutto massima autorità dell'epoca nel campo della critica letteraria.

Monica Montenegro, lettera dal Sud all'Italia
Monopoli, marzo 2017
Cara Italia,
siamo Monica e il suo futuro a scriverti. Siamo nati tuoi cittadini in un mercoledì di 28 anni fa, cresciuti a pane e ricordi che ti vedevano protagonista: prima tramite...

Monica Montenegro, lettera dal Sud all'Italia

Monopoli, marzo 2017

Cara Italia,
siamo Monica e il suo futuro a scriverti. Siamo nati tuoi cittadini in un mercoledì di 28 anni fa, cresciuti a pane e ricordi che ti vedevano protagonista: prima tramite i nonni che ti avevano vissuta, fotografata e desiderata libera durante la guerra e poi, grazie a nostra madre, che ci trasmetteva la tua voglia di rinascere, raccontandoci dei tuoi “anni di piombo”.
Siamo nati nella parte di centrale del tuo tacco, la Puglia, e abbiamo imparato a conoscerne lentamente ogni centimetro. Il sole, il mare, il cibo, la macchia mediterranea, i trulli, le urla nei mercati, i cortili assolati, le diversità dei dialetti, il sentimento patriottico, l'aggregazione delle feste di paese, le tradizioni tramandate, il sacro e il profano, i tuoi tramonti, i tuoi poeti. Crescendo, abbiamo scelto di scoprire la parte alta dello stivale: la Lombardia. Abbiamo scoperto altre tradizioni, contraddizioni, sapori e colori, ci siamo laureati… ma sentendo forte dentro lo stomaco il richiamo delle nostre origini. Decidiamo di tornare nel tuo tacco, ti troviamo cambiata, ma sempre affascinante, mai banale, però con un bagaglio pesante addosso.
Quelle radici iniziano a sembrarci l'eco delle sirene che abbagliava i marinai, ma decidiamo comunque di lottare contro alcune tue piaghe: il lavoro gratuito, il clientelismo, la stanchezza. Continuiamo a mandarti Curricula perché, da devoti, vogliamo realizzarci nei tuoi confini, ma tu silenziosa non ci rispondi e quell'amore, come un amore a distanza, come un messaggio in una bottiglia abbandonato nell'oceano, si perde.
Fino a che solo un'altra nazione e non tu, brama per “sfamare” quell'occasione di sbocciare che tu non puoi o non vuoi concederci.
Ci guardiamo indietro, allora, sconvolti e pensiamo: ma perché non ci stringi, non ci implori per rimanere? Da quando il tuo rosso sangue ha smesso di pulsare? Da quando il tuo verde ha smesso di significare speranza?
Tutto sembra assumere i contorni del tuo bianco, come un'istantanea sbiadita dal tempo. Tutto si è tinto di un bianco assordante, una distesa di sale e silenzio.
Non possiamo pensare che una terra che ha creato la moderna civiltà, che ha dato i natali ai più grandi geni, che è simbolo dell'eleganza, che ha creato il concetto del gusto e di cui siamo onorati di portare la cittadinanza, sia fiera di portare il suo stendardo solo fuori dai suoi confini.
Cara Italia, questa lettera te la scriviamo perché la terra non può volere male all'albero, vogliamo essere i tuoi frutti ed i tuoi fiori.
Con devozione, i tuoi figli minori.

Pubblichiamo oggi la lettera di una nostra nuova lettrice, che ringraziamo di seguirci.

Auguste Rodin a Camille Claudel
S.l., 1886
Mia feroce amica,
la mia povera testa è ben malata, e non riesco più ad alzarmi la mattina. Questa sera ho camminato per ore senza trovarti nei nostri luoghi. Come mi sarebbe dolce la morte! E com’è lunga la...

Auguste Rodin a Camille Claudel

S.l., 1886

Mia feroce amica,
la mia povera testa è ben malata, e non riesco più ad alzarmi la mattina. Questa sera ho camminato per ore senza trovarti nei nostri luoghi. Come mi sarebbe dolce la morte! E com’è lunga la mia agonia. Perché non mi hai atteso all’atelier? A quale dolore ero predestinato. Ho momenti di amnesia in cui soffro di meno, ma oggi l’implacabile dolore persiste. Camille, mia bene amata nonostante tutto, nonostante la follia che sento venire e che sarà opera tua se tutto questo continua. Perché non mi credi? Abbandono il mio Salon, la scultura; se potessi andare in un posto qualsiasi, in un paese in cui poter dimenticare ma non esiste…Ma poi in un solo istante sento la tua terribile potenza. Abbi pietà, crudele. Non ne posso più, non posso più passare un giorno senza vederti. Se no, l’atroce follia. E’ finita, non lavoro più, divinità malefica, e tuttavia ti amo furiosamente […]

Questo frammento di una lunga lettera che il Maestro Rodin scrisse a Camille ci mostra l'amore tormentato che il celebre scultore nutriva per la sua allieva. Camille Claudel, sorella dello scrittore e diplomatico Paul, rivelò un talento originale che le turbe mentali di cui soffriva le impedirono di realizzare pienamente. Si dice che avesse più talento di Rodin e che quest’ultimo abbia copiato la sua scultura da lei. Anni fa un bellissimo film con Depardieu e Hajani raccontò la loro storia d’amore. Rodin, infatti, sposato, l’abbandonò per la moglie.

Giuseppe Manetti alla moglie Cesira
Modena, maggio 1917
Siamo al 1 Maggio 1917
Ci anno fatto una morale sul tema, di ciò che si doveva fare in caso di sciopero ma non ci è stato niente.
Il 4 Maggio siamo andati al poligono a fare istruzioni delle...

Giuseppe Manetti alla moglie Cesira

Modena, maggio 1917

Siamo al 1 Maggio 1917          
Ci anno fatto una morale sul tema, di ciò che si doveva fare in caso di sciopero ma non ci è stato niente.
Il 4 Maggio siamo andati al poligono a fare istruzioni delle bombe a mano, che effetto che fanno! e pensare che  fra dei giorni non solo sarò a fare istruzioni ma, a gettarle contro l’uno con l’altro come se li omini fossero bestie ferocie quello che penso entro di me e questo, me, mi uccideranno ma io non potrò avere il coraggio di uccidere unaltro per quanto i nostri superiori ci dichino che sono nemici i governi ma no io che non li conosco neppure quello che ammazzerà me se questa sfortuna mi tocca potra essere nemico di me che non mi a mai visto? a che tempi siamo! io non mi so dar ragione che l’omo debba essere uno strumento d el suo governo e deve cessare tutto nell’uomo poesia, amori, doveri di padre, doveri di figlio doveri di lavoro per qual ragione? Chi leggie pur troppo lo sapra e ne sentirà e ne vedrà lo scopo.

Questa lettera, scritta esattamente 100 anni fa dal mezzadro Giuseppe Manetti di Bagno a Ripoli alla moglie, mentre si trovava nel campo di addestramento di Modena, mostra tutti i dubbi di un uomo nei confronti della guerra. La sua resistenza contro l'omologazione alla violenza non potrebbe essere più forte.

Catherine Olympe Dunoyer a Voltaire
S.l., [1716]
Avete ragione mio adorato François, basta con parole disastrose. Devo vivere! Non fosse altro per vedervi diventare immortale.
Le vostre parole rendono vivo il vostro amore per me, ma la presenza di...

Catherine Olympe Dunoyer a Voltaire

S.l., [1716]

Avete ragione mio adorato François, basta con parole disastrose. Devo vivere! Non fosse altro per vedervi diventare immortale.
Le vostre parole rendono vivo il vostro amore per me, ma la presenza di spirito a cui mi richiamate mi allarma. Voi, sempre intellettualmente libero, non potete esser schiavo di un amore impossibile. Non è per me che dovete pensare il vostro brillante capo sul ceppo, ma per le vostre idee. Siate lucido! Se verrete stanotte vi accuseranno di rapimento, mia madre potrebbe distruggervi. Per me vuole qualcosa di diverso di un giovane libertino, anticonformista e sfrontato.
Vi ho sognato mio amato: vi ho visto impegnato sul fronte della coscienza civile, contro le ingiustizie, l'intolleranza, i pregiudizi. Vi ho visto invocare i diritti dell'uomo contro la schiavitù o farvi beffa di regnanti e prelati in nome della verità razionale. Vi ho visto «imbastigliato» e poi costretto al vagabondaggio da un intelletto così audace da smascherare ogni inganno. La vostra vita è votata all'avventura! Non avrò mai un porto sicuro con voi. Starvi lontana mi distrugge, ma seguirvi nelle vostre battaglie politiche, nel vostro delirio drammaturgico, mi è impossibile. Ho inoltre saputo che anche vostro padre trama contro di noi e contro la vostra autentica vocazione. Mio amato, prendetene le distanze. Cambiate nome per fargli capire che non siete figlio suo, ma del mondo! Un mondo nel quale, sono certa, grazie alla vostra genialità pianterete il seme di un nuovo pensiero.
Dite che il nostro amore si fonda sulla virtù. Mio adorato, voi che già vedete dove altri non vedono, fate di me una giovane virtuosa? Ecco allora la mia virtù più grande: amarvi al punto di lasciarvi andare. L'amore quando impossibile toglie la ragione. Il nuovo spirito del tempo ha invece bisogno della vostra mente geniale e illuminata. Voi saprete «ri-voltare» dogmi, regni, cultura e storia. Potreste farvi chiamare Voltaire! Potreste fare di ogni avventura, buona o cattiva, esperienza creatrice di nuovi mondi. Di ogni esilio, di ogni prigionia, di ogni incontro, un atomo che agisce in voi e attraverso di voi per un cambiamento ormai necessario a tutti. Voi, che già dodicenne scrivevate in versi, sarete il nuovo Settecento, mio adorato! Ma non tornate in Francia. La Bastiglia è sempre in agguato per gli audaci incapaci di tacere. Addio mio adorato François. Come voi mi insegnate, solo amore e amicizia possono rendere sopportabile l'esistenza. Io vi sarò sempre amica. Solo una donna con altrettanta fame di sapere e libera, potrà rapire il vostro cuore oltre la vostra innata vocazione.
Voi potete cambiare il mondo, mio François, con milioni di parole che si faranno azioni. Non sarà il migliore dei mondi possibili quello che verrà; grazie al vostro prezioso contributo e alla forza della ragione tanto viva in voi, ogni mondo che l'uomo vivrà potrà essere migliore di un altro. Il libero arbitrio e la forza dell'amore, saranno l'ancora di salvezza per l'umanità intera.

Sempre vostra, Olympe

Questa che pubblichiamo oggi è la risposta che la giovane Catherine Olympe Dunoyer diede al suo amato Voltaire, imprigionato alla Bastiglia, a causa dei suoi scritti.

François-Marie Arouet (Voltaire) a Catherine Olympe Dunoyer
Parigi [1716]
A Olympe Dunoyer
Sono qui prigioniero in nome del re; potranno prendere la mia vita, ma non l'amore che provo per voi. Sì mia adorabile amante, stanotte vi vedrò, seppure...

François-Marie Arouet (Voltaire) a  Catherine Olympe Dunoyer

Parigi [1716]

A Olympe Dunoyer

Sono qui prigioniero in nome del re; potranno prendere la mia vita, ma non l'amore che provo per voi. Sì mia adorabile amante, stanotte vi vedrò, seppure dovessi mettere il mio capo sul ceppo.
Per l'amor di Dio, non scrivetemi parole così disastrose; dovete vivere e stare attenta; guardatevi da vostra madre come dal vostro peggior nemico.
Che dire?
Attenta a tutti; non fidatevi di nessuno, tenetevi pronta, non appena la luna sarà visibile lascerò l'Hotel in incognito, prenderò una carrozza o un chaise, e andremo come il vento a Scheveningen. Porterò con me carta e inchiostro; scriveremo le nostre lettere.
Se mi amate, state tranquilla; e raccogliete tutta la vostra forza e chiamate in soccorso tutta la vostra presenza di spirito; fate in modo che vostra madre non si accorga di niente, cercate di prendere le vostre immagini e state certa che la minaccia delle più atroci torture non m'impedirà di servirvi.
No, niente ha il potere di separarmi da voi; il nostro amore si fonda sulla virtù, e durerà finché vivremo.
Adieu, non c'è niente che non rischierei per voi, voi meritate molto più di questo. Adieu, mio caro cuore!

Arout (Voltaire)

Voltaire che lavorava come segretario dell'ambasciatore francese a L'Aia, si innamorò di una giovane ugonotta, Catherine Olympe Dunoyer.
La loro relazione suscitò scandalo, e Voltaire fu costretto dalla famiglia di lei a ritornare frettolosamente in Francia, per evitare l'arresto.
Lo scambio di lettere con la giovane Olympe proseguì fino a tutto il 1716.
Durante quello stesso anno Voltaire fu imprigionato e trattenuto per undici mesi alla Bastiglia, a causa del contenuto dei suoi scritti.
Domani pubblicheremo la risposta di Olympe.

Jack London ad Anna Strunsky
Oakland, 3 Aprile, 1901
Cara Anna,
ti ho detto che gli esseri umani possono essere ordinati in categorie? Bene, se l’ho detto, lasciami precisare – non tutti gli esseri umani. Tu mi sfuggi. Non riesco a classificarti, non...

Jack London ad Anna Strunsky

Oakland, 3 Aprile, 1901

Cara Anna,

ti ho detto che gli esseri umani possono essere ordinati in categorie? Bene, se  l’ho detto, lasciami precisare – non tutti gli esseri umani. Tu mi sfuggi. Non riesco a classificarti, non riesco ad afferrarti. Posso indovinare, nove volte su
dieci, a seconda delle circostanze, posso prevedere le loro azioni, quelle nove volte su dieci, dalle loro parole o atti, e posso sentirne il cuore pulsare. Ma al decimo tentativo, rinuncio. Va al di là di me. Tu sei quel decimo tentativo.

Sono mai esistite due anime così assurdamente assortite? Possiamo andare  d’accordo – certo, lo facciamo spesso – ma quando non siamo d’accordo, lo sappiamo subito; e subito non ci capiamo più. Le parole non servono. Siamo estranei. Dio riderà di una tale pantomima.

L’unico lampo di sensatezza in tutto questo è che siamo tutti e due generosi, abbastanza generosi per capirci. Perché è vero, spesso ci capiamo, ma lo facciamo in modi vaghi e confusi, per deboli percezioni, come fantasmi che, mentre noi diffidiamo, ci perseguitano con le loro verità. E ancora io, per primo, non oso crederci; perché tu sei sempre quel decimo che io non so prevedere.

Sono incomprensibile ora? Non lo so. Immagino di sì. Non riesco a trovare una lingua comune.Generosità – ecco cos’è. È la cosa che ci tiene uniti. A volte siamo attraversati da un lampo, tu ed io, da qualcosa di universale, e allora siamo un tutt’uno.

Eppure siamo così diversi. Sorrido del tuo entusiasmo? È un sorriso che si può perdonare – anzi, è un sorriso d’invidia. Ho vissuto venticinque anni di repressione. Ho imparato a non essere entusiasta. È una dura lezione da dimenticare. Incomincio ora a dimenticare, ma è dura. Al massimo, prima di morire, posso sperare di aver dimenticato quasi tutto. Posso esultare, ora che sto imparando, per piccole cose, per altre cose, ma per le mie cose, e per quelle segrete, doppiamente mie, non posso, non posso. Riesco a farmi capire? Riesci a sentire la mia voce? Temo di no. Esistono i poseurs. Io sono il migliore di tutti.
Jack

Jack London aveva incontrato Anna Strunsky, scrittrice e attivista socialista, a   Stanford. Tra i due – lo scrittore era sposato con Elisabeth Maddern – nacque una relazione, testimoniata da un epistolario.

Maria Pagano a se stessa
27 settembre, ore 20:55
Cara Maria
fino ad ieri c'eri, ora ti vedo stanca, ma non del lavoro e delle faccende del banale dare e avere.
Sei stanca delle facce che salgono e non hanno paura di cadere.
Sei disgustata dai fiumi...

Maria Pagano a se stessa

27 settembre, ore 20:55

Cara Maria
fino ad ieri c'eri, ora ti vedo stanca, ma non del lavoro e delle faccende del banale dare e avere.
Sei stanca delle facce che salgono e non hanno paura di cadere.
Sei disgustata dai fiumi ingrossati di parole, ma qui su questa terra tutto quello che si dice non è mai vero, persino di Babbo Natale si parla male, qualcuno dubitando dice non insisto.
Che fatica farsi capire, far pace con due e perder con cinque.
Avere nelle tasche idee, aria lontana, una matita e l'acqua di fontana è abbracciare la vita, stringere le dita alla vittoria.
Cara Maria non raccontarti, vivi, in te la fine è sempre stata un grande inizio.
Buonanotte

Da anni mi scrivo lettere che rileggo a distanza, pensate quello che volete, il fatto che nessuno scriva epistole, imbusti e affranchi missive rende questo passaggio terrestre così sterile e buio che perdo il filo dell'esistenza.
Oggi si previene e ci si addestra all'automedicamento del disastro interiore per campare, visto che l'inchiostro sporca e lascia pare tracce infette voglio correre, non una ma mille volte, il rischio di scrivermi senza paura.

Maria Pagano è una nostra lettrice che ringraziamo per questa lettera.